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DAL PIOPPO AL SAMBUCO E ALLA PAULOWNIA. ECCO IL CENSIMENTO ARBOREO DELLA GOCCIA.

  • Michele Turazzi
  • 6 maggio 2026
@Camilla Morino

@Camilla Morino

Ho appuntamento con i dottori forestali Paola Pirelli e Lorenzo Guerci perché sono loro a essersi occupati del censimento arboreo del Bosco della Goccia. So che, tra le altre cose, hanno perlustrato palmo a palmo tutta l’area, annotando ciascuna pianta in cui si sono imbattuti; quello che non so è come hanno fatto e, soprattutto, a quali risultati sono giunti. Sono curioso: quando sono entrato alla Goccia per la prima volta, la foresta mi è parsa fitta e rigogliosa, anche piuttosto uniforme, ma la mia è stata senz’altro un’impressione viziata da un occhio inesperto, poco allenato a riconoscere le diverse gradazioni di verde.  

Ci incontriamo a Boscoincittà, periferia Ovest di Milano. Insieme al Parco delle Cave, a quello di Trenno e ai terreni agricoli con i quali è connesso, Boscoincittà forma un’estesa area verde. Non siamo lontani dagli ingressi della tangenziale, ma, una volta lasciata l’auto nel parcheggio di via Novara ed essersi addentrati in uno dei viottoli che attraversano l’area, è semplice dimenticarsi di trovarsi in una delle città italiane con il peggior rapporto di verde pro capite. Appena 18,8 metri quadrati per abitante, meno della superficie che occupano due soli posti auto. Per fare un confronto con città assimilabili per popolazione e densità, Torino si attesta a 33,2; Napoli a 41, più del doppio. Paola Pirelli e Lorenzo Guerci mi attendono nella cinquecentesca Cascina San Romano. Oltre a essere il cuore del parco, la cascina è la sede del Centro per la Forestazione Urbana (CFU) di Italia Nostra, l’associazione che gestisce Boscoincittà per conto del Comune. Non solo: Italia Nostra questo parco l’ha letteralmente creato, a partire dal 1974, con quello che è considerato il primo progetto di forestazione urbana del nostro Paese.  

@Camilla Morino

@Camilla Morino

«Il verde qui attorno è tutto costruito» mi spiega Guerci, dopo avermi offerto un caffè. «All’inizio degli anni Settanta quest’area era in parte coltivata e in parte abbandonata, prati e risaie. Non c’era nessuno degli alberi che vedi.» Sembra incredibile, a guardare le maestose querce rosse che troneggiano adesso, soprattutto nel rigoglio di una giornata primaverile come quella di oggi. 

Seguo i due forestali al piano superiore della cascina, dove ci accomodiamo attorno a un ampio tavolone, ingombro di carte, carpette e faldoni. Aperto davanti a me trovo ad aspettarmi un rapporto intitolato “Osservatorio La Goccia: censimento del comparto boscato”.  

«Siamo entrati in contatto con l’Osservatorio prima che venisse attivato il progetto europeo, proprio all’inizio. Abbiamo trovato nelle loro idee una comunanza d’intenti con quello che facciamo qui, con il nostro stile» racconta Pirelli. «Noi infatti non ci limitiamo a gestire il verde. Cerchiamo sempre di promuovere anche la partecipazione della cittadinanza e di diffondere la consapevolezza nella comunità. Un’interazione tra pensiero e azione.» 

Sfogliando il rapporto, l’occhio mi cade su una serie di fotografie aeree del sito della Goccia, stretto su tre lati da quella strada ferrata che gli dà la sua caratteristica forma – a goccia, appunto. Sono le foto di cui Pirelli e Guerci si sono serviti per l’analisi storica. La prima immagine è datata 1975, quando l’impianto industriale che occupava il sito era ancora attivo, pur in via di dismissione: la copertura arborea si limitava a un robinieto lungo il confine est, a ridosso della ferrovia, e ad alcuni alberi ornamentali, piantati a filare lungo le strade oppure a decorare una manciata di aiuole: pioppi e tigli, principalmente. La copertura arborea si attestava al 10,8% dell’intera area. La seconda immagine è datata 1998, quando buona parte delle strutture produttive erano state smantellate e la vegetazione si stava gradualmente espandendo: nelle aree incolte a prato si stavano diffondendo macchie di specie arboree pioniere (robinia, pioppo, bagolaro). La copertura arborea era del 22,7%. La fotografia successiva, del 2023, è impressionante, se confrontata alle precedenti: quattordici ettari su diciotto (76,1%) sono coperti dalle chiome degli alberi. La Goccia appare come una distesa di un verde uniforme: per chiunque lo volesse verificare, basta fare un salto su Maps.  

@Camilla Morino

@Camilla Morino

L’incremento di superficie boschiva in meno di cinquant’anni è stato del 602%, ma al di là dei numeri, pur importanti, non c’è niente che rende evidente questa trasformazione quanto osservare queste tre fotografie in rapida successione. Ecco che cosa succede, quando l’uomo si fa da parte, penso. 

«Il fatto che la natura si riappropri degli spazi quando viene lasciata libera non è certo una novità. Fino agli anni Cinquanta e Sessanta, per esempio, la fascia sommitale delle Prealpi era quasi interamente coltivata o pascolata; invece, se ci vai adesso, trovi quasi solo boschi» mi conferma Guerci. «Quello che è diverso alla Goccia è il contesto in cui questo è avvenuto. Si tratta di un ambiente non solo urbano, ma anche fortemente inquinato e degradato. Compromesso da quasi un secolo di attività industriale.» 

Pirelli e Guerci mi raccontano che, dopo un primo sondaggio “informale” insieme a un gruppo di volontari, nel 2024 hanno organizzato il censimento delle piante che formano il bosco della Goccia. O, come si dice in gergo, “cavallettamento”, per via dello strumento utilizzato per misurare il diametro dei tronchi – che si chiama, appunto, “cavalletto”. 

«Abbiamo suddiviso il bosco in trenta aree più o meno omogenee, il cui perimetro è definito da spazi noti, che possono essere recinzioni, strade, manufatti, canalizzazioni... Poi, divisi in squadre, siamo entrati nel sito e abbiamo conteggiato per ogni comparto tutte le piante arboree presenti. Le abbiamo suddivise per specie e numero di fusti, inoltre abbiamo preso il diametro del tronco a un’altezza determinata. Infine, abbiamo cercato di caratterizzare lo stato di salute complessivo del bosco, e per farlo abbiamo ulteriormente suddiviso le piante di ciascuna area in vive, morte, deperienti, cadute, spezzate; oltre a quelle in cui sono presenti evidenti lesioni o funghi.» 

«Insomma, abbiamo chiesto loro chi sei, come stai e quanto sei vecchia» chiosa Pirelli, con un’efficace abilità di sintesi. 

Alla fine, il censimento ha conteggiato oltre 7500 esemplari. Il 65% sono piante piccole (diametro 10-15 cm), il 29% sono medie (diametro 20-35 cm), mentre solo il 6% sono grandi (diametro superiore a 35 cm), il che significa che ci troviamo davanti a un bosco giovane. Le due specie più presenti sono la robinia e il bagolaro: rispettivamente 3090 e 2191 piante, pari al 60% del patrimonio boschivo. Seguono pioppo, olmo, ailanto, sambuco e ciliegio, con qualche centinaia di esemplari ciascuno. Sotto le trenta unità si attestano invece noce, platano, biancospino, gelso, betulla, fico, tiglio, acero campestre e paulownia.  Per un profano come me, questa mole di dati significa poco, così chiedo ai due dottori forestali di aiutarmi a interpretarla. 

«Quando la natura comincia a riprendersi il suo spazio, lo fa sempre con delle specie specifiche che si sono evolute per questo. Si chiamano “specie pioniere” in virtù della loro alta capacità di disseminazione e propagazione, oltre che per la frugalità, che si propagano a partire da piante portaseme già presenti in loco o nelle immediate vicinanze e adatte alla fascia climatica» risponde Guerci. «Tornando all’esempio delle aree prealpine, quando un pascolo viene abbandonato le prime specie che compaiono sono nocciolo, betulla, frassino, acero. Questo stesso processo di ricolonizzazione è avvenuto nel contesto della Goccia: sono comparse specie pioniere adatte all’ambito di pianura derivanti da piante madri portaseme già presenti.» 

«Come la robinia, che si vedeva già nella foto degli anni Settanta?» domando. «Esatto, per esempio la robinia è una specie pioniera, rustica, che si propaga anche per via radicale. Inoltre, ci siamo fatti l’idea che nella Goccia fosse già presente nelle aiuole intorno agli edifici del gasometro.» 

«Poi nel bosco troviamo anche i bagolari, gli olmi, il pioppo, anch’essi già presenti nell’area con qualche soggetto ornamentale, e l’ailanto» continua Pirelli. «Sono tutte piante che diffondono facilmente, per mezzo di animali e del vento, i numerosi semi che producono.» «Insomma, abbiamo trovato piante rustiche, pioniere e adatte a quel contesto. Nulla di nuovo nelle scienze forestali» sorride Guerci. «Non è che nel Bosco della Goccia trovi querce, aceri, frassini o altre piante tipiche di un bosco maturo.» 

Se questo sia un bene oppure un male, Pirelli mi spiega che la risposta è “dipende”: «A volte le pioniere preparano il terreno a specie più evolute per poi lasciar loro spazio; altre volte, se le condizioni generali non ne permettono l’evoluzione, il bosco resta così. Un bosco di pioniere ospita determinate nicchie ecologiche; uno di piante evolute ne ospita un altro, magari un po’ più complesso, questo sì. Di sicuro, meno specie ci sono, più il sistema globale ne risulta semplificato. È come una comunità umana, una città». 

Uno dei principali fattori limitanti del Bosco della Goccia è la qualità del suolo. La gran parte degli alberi si sono sviluppati a partire dalla germinazione di semi caduti nelle crepe presenti nelle diverse coperture artificiali (asfalto, cemento) e di quelli caduti sullo strato di terreno organico che nel tempo si è accumulato sopra le coperture; tipi di terreno che vengono definiti “sigillati”. C’è poi un numero minore di alberi cresciuti su terreno libero, cioè su quei suoli che, allo stato attuale, non presentano coperture artificiali (le aiuole che delimitavano le strade, oppure quelli derivanti da aree edificate demolite o aree di servizio all’attività industriale): in ogni caso si tratta di suoli compromessi dall’attività industriale. 

«Non c’è da nessuna parte un suolo forestale naturale» mi conferma Guerci. «E questo limita la capacità di sviluppo della pianta. È un qualcosa di cui ti rendi conto anche con la semplice osservazione: molte piante sono tutt’altro che vigorose. Probabilmente le piante riusciranno a replicare sé stesse, ma secondo me non hanno una buona aspettativa di vita.» 

«L’altro grande problema è quello della stabilità. Le piante sono ormai riuscite a spaccare gran parte dell’asfalto e del cemento, ma sotto non trovano un suolo buono da cui nutrirsi, c’è comunque stato un lavoro di costipazione del terreno funzionale alla successiva stesura del cemento e dell’asfalto. Quello che stiamo facendo è osservare questa situazione per cercare di capire come rispondono a queste limitazioni le piante già presenti.» 

In effetti, un quarto degli alberi che costituiscono il Bosco della Goccia non è in salute (l’11,6% delle piante censite risultano morte, il 10,6% deperienti e l’1,4% spezzate o cadute). È anche in virtù di questi dati che la seconda parte del lavoro del CFU si è concentrata su una serie di prove di trazione che vanno a simulare in maniera meccanica la forza del vento (pulling test). Il fine era quello di valutare la tenuta radicale delle diverse specie sui diversi tipi di terreno. Sono dunque stati testati tre gruppi di piante (bagolari, pioppi, robinie) su ciascun tipo di suolo (asfalto, cemento, terreno degradato). 

«I risultati ci dicono che la situazione non è critica, ma da tenere sotto osservazione» dice Pirelli. In effetti, i due dottori forestali ci tengono ad avvertirmi che i dati sono tutt’altro che risolutivi. «Questi test vengono in genere applicati alle piante ornamentali, a quelle dei giardini. E tendenzialmente vengono eseguiti su piante di dimensioni maggiori. Il nostro è stato uno dei primi tentativi di applicarli a un bosco, soprattutto in un contesto così particolare come quello della Goccia, dove ci troviamo davanti a piante giovani di specie pioniere su suoli degradati.» Non ci sono, insomma, studi con cui confrontare i dati a cui si è arrivati.

@Camila Morino

@Camila Morino

In ogni caso, il lavoro di Lorenzo Guerci e Paola Pirelli è un tassello fondamentale nello studio della Goccia. Ci consente non soltanto di conoscere il passato del bosco, cioè che cosa è accaduto nell’ultimo mezzo secolo all’interno di quest’area, e il presente, cioè quali specie arboree e in quali numeri sono presenti oggi, ma anche per immaginarne il futuro. Uno degli aspetti più stimolanti di tutto ciò che ruota attorno alla Goccia, per come ho imparato a conoscerla, è proprio la sua sfuggevolezza, la difficoltà di affermare in maniera univoca quale sia il destino migliore per questo luogo; ma forse dipende dal fatto che “migliore” non è la parola giusta in un contesto del genere. Quello che bisogna chiedersi è piuttosto qual è la relazione che noi esseri umani, abitanti e frequentatori di Milano, desideriamo avere con questo bosco – una fruizione attiva, una fruizione passiva, nessuna fruizione? – e sulla base di questa risposta agire di conseguenza. 

Ed ecco che prima di lasciare Cascina San Romano non posso evitare di chiedere ai miei ospiti: «Nei due scenari contrapposti che sono stati immaginati, aprire il bosco alla cittadinanza e dunque parchizzarlo oppure lasciarlo chiuso con le piante libere di svilupparsi spontaneamente, voi da che parte state?». 

«Secondo me non sono scenari contrapposti» mi risponde Paola Pirelli. «Bisogna trovare il punto d’incontro tra le aspettative immediate e le aspettative future. Forse anche senza aver fretta di decidere e con la pazienza di mettere a sistema il lavoro di tutti i professionisti che stanno analizzando l’area. Gli studi che stiamo svolgendo lì dentro sono un vero laboratorio, potranno poi essere utilizzati anche in altri contesti. È necessario cercare di conciliare le esigenze di tutti. E ricordarsi però che siamo in un ambito urbano, non in un’area spopolata, e che la città di Milano ha un estremo bisogno di spazi verdi. In particolare una zona popolare come quella della Bovisa.» 

«Nell’alternativa tra un verde progettato, che significa buttar giù quello che c’è adesso e ricostruirlo da capo, e il rispetto dei processi che stanno avvenendo lì dentro naturalmente, noi siamo fermamente convinti della seconda ipotesi» prende infine la parola Lorenzo Guerci. «Però, nel rispettare i processi di un bosco, si può anche intervenire operando delle scelte tecniche per orientarli verso quelle che si ritengono le priorità funzionali. Per esempio, si potrebbe favorire la semina di specie diverse per trovare in maniera empirica delle altre piante che si adattano bene a quel contesto oppure diradare il bosco nelle aree molto fitte per dare luce e spazio alle piante migliori.»

Michele Turazzi. Michele Turazzi vive a Milano e lavora nell’editoria. Ha pubblicato il romanzo Prima della rivolta (nottetempo 2023, vincitore del Premio Demetra per la letteratura ambientale 2024) e il reportage narrativo Milano di carta (il Palindromo 2018).

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