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DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI FITORISANAMENTO. CONVERSAZIONE CON LAURA PASSATORE.

  • Caterina Orsenigo
  • 13 aprile 2026
Il gasometro visto dal bosco della Goccia Credits @Camilla Morino

Il gasometro visto dal bosco della Goccia Credits @Camilla Morino

Per quasi novant’anni da questo pezzetto di città un po’ schivo, defilato nel nord di Milano, si illuminava la città. A metà Ottocento erano stati costruiti i primi gasometri in Porta Lodovica, poi nella zona di via Regina Giovanna, in Corso Magenta, infine in via Melchiorre Gioia, dove oggi c’è il Parco Biblioteca degli Alberi. I gasometri di Bovisa furono gli ultimi a essere costruiti, e gli ultimi a essere chiusi. I primi due nel 1905, il terzo nel dopo guerra, producevano gas rigassificando il carbone, almeno fino agli anni Settanta, quando invece arrivò il metano. Smisero di funzionare nel 1994, fecero luce per tuto il Novecento. 

E il Novecento è anche il secolo in cui ci si dimenticò del tuto di un antico principio: che nulla si crea e nulla si distrugge. La terra invece conserva tuto e nel suolo della Goccia c’è memoria del carbone, del metano e anche del piombo, dello zinco e dell’arsenico che servivano a illuminare Milano: nessuno pensò a bonificare l’area quando l’impianto venne chiuso. Il bosco che si è fato strada in questi trent’anni si porta i metalli e gli idrocarburi su cui è cresciuto. 

Laura Passatore è laureata in Scienze Ambientali con dottorato in Ecologia Forestale e lavora presso il CNR-IRET di Montelibretti, vicino a Roma. Tempo fa è entrata in contato con questa storia e ora fa parte di un gruppo di ricerca che proverà a decontaminare il suolo, o almeno a renderlo nuovamente fruibile, un bosco in città che possiamo vivere e attraversare. La tecnologia che usa è antica come il mondo: sono le piante e i microrganismi che vivono nel terreno che, con i loro tempi assorbiranno, mangeranno o almeno stabilizzeranno gli inquinanti. Lo stanno già facendo, gli umani servono sopratutto a stimolare e poi monitorare questo processo. È un’alleanza importante ed efficace, quella fra piante e umani, anche se non sempre è stata salda. Laura Passatore ci ha raccontato come funziona questa alleanza quando si tratta di curare un terreno. Si chiama fitorisanamento, letteralmente risanamento attraverso le piante, ed è quel tipo di soluzione che oggi chiameremmo “nature based” e in realtà è il modo in cui ha sempre funzionato il pianeta.  

Laura, cominciamo dalle basi. Ci puoi spiegare cos’è il fitorisanamento e quali sono le principali tecniche di bonifica del terreno basate sulla natura? 

Dunque, il fitorisanamento è un insieme di fitotecnologie, ossia diciamo di soluzioni nature based, applicabili al suolo per bonificare aree contaminate. A seconda del tipo di contaminante, si scelgono le piante più adatte e la tecnologia più efficace. Ci sono diverse strategie. Quando si parla di fitoestrazione, si tratta di piante che assorbono i contaminanti nei loro tessuti, li concentrano, e che poi vengono raccolte. Man mano si riescono così ad esportare tutti i contaminanti. Questo metodo è particolarmente utile per i metalli pesanti, che non possono essere degradati chimicamente e devono essere spostati. Sempre con i metalli pesanti si può usare invece la fitostabilizzazione: molte specie vegetali infatti immobilizzano i contaminanti nel suolo, limitandone la mobilità e riducendo i rischi. In questo caso, le piante non rimuovono l’inquinante, però ne impediscono la dispersione. La rizodegradazione invece agisce sui contaminanti organici, come gli idrocarburi. Le piante stimolano la proliferazione di batteri e funghi nel suolo, e sono questi microrganismi a degradare le sostanze inquinanti. Infine il micorisanamento è simile alla rizodegradazione, ma utilizza soltanto funghi che degradano contaminanti organici, non necessariamente legati alle radici.  

Il bosco della Goccia in un matno estvo del 2025. Credits @Camilla Morino

Il bosco della Goccia in un matno estvo del 2025. Credits @Camilla Morino

Quindi gli idrocarburi vengono sostanzialmente mangiati da questi microrganismi?

Esatto, in questi due casi i contaminanti non sono degradati dalle piante, ma dai microrganismi che però proliferano e si differenziano in presenza di vegetazione appropriata, e noi quindi dobbiamo scegliere le specie adatte e agevolarne la crescita. 

Tornando alla fitoestrazione, che mi sembra molto affascinante, quali sono le piante più efficaci nell’assorbire gli inquinanti? 

Alcune felci, come la Pteris vittata, hanno una straordinaria capacità di accumulare metalli e sono state studiate in particolare per l’arsenico. Anche il pioppo è molto efficace: la sua elevata evapotraspirazione funziona come una pompa, trasportando acqua e metalli dai suoli fino alle foglie. Cresce velocemente e, nel tempo, può arrivare a un assorbimento di metalli comparabile a quello della felce. 

Veniamo al caso specifico della Goccia, su cui stai lavorando insieme a un gruppo di ricercatori. Quali sono i principali inquinanti presenti in quell’area e come intendete intervenire? 

Nell’area ci sono zone contaminate da idrocarburi, zone contaminate da metalli pesanti, come arsenico e piombo, e alcune zone con contaminanti misti. Per i metalli pesanti useremo la fitostabilizzazione, mentre nelle aree con contaminanti misti, monitoreremo la sia la fitostabilizzazione, per cui le piante sviluppatesi spontaneamente sull’area immobilizzano i contaminanti, riducendo la dispersione di polveri e l’esposizione, che la rizodegradazione degli idrocarburi. In quei casi, l’area contaminata resterà inaccessibile, sarà protetta da barriere fisiche e vegetali, per evitare il contatto diretto delle persone con gli inquinanti. Insomma, il parco sarà fruibile, ma in alcune zone non sarà calpestabile. Le aree inquinate saranno comunque visibili e continueranno a portare benefici ambientali come la riduzione della temperatura e il miglioramento paesaggistico. Dove sono presenti solo idrocarburi, inseriremo piante per rizodegradazione, in grado di stimolare la decomposizione degli inquinanti organici tramite le micorrize, ossia funghi che si associano alle radici delle piante potenziando l'azione. Il fungo aiuta la pianta ad assorbire acqua e nutrienti dal suolo, mentre la pianta fornisce al fungo zuccheri per nutrirsi. Quest’ultima tecnica ha l’obiettivo di portare la presenza di contaminazione da idrocarburi nel suolo sotto le soglie di rischio. 

Puoi raccontarci come è nato questo progetto e quali difficoltà avete incontrato? 

Il progetto ha una storia lunga e complessa. Circa otto anni fa partecipai alla Green Week di Milano e incontrai alcuni membri del Comune, tra cui l’assessore Grandi. Lì iniziò a emergere l’idea di applicare il fitorisanamento all’area della Goccia. All’inizio il Comune voleva testare un prototipo su piccola scala, ma ci sarebbero voluti almeno due anni per vedere risultati significativi, inoltre mancavano i soldi e il tempo per un progetto così complesso. Poi invece sono arrivati i finanziamenti del PNRR e, grazie alla nascita dell’Osservatorio La Goccia, abbiamo potuto finalmente sviluppare un piano operativo serio, coordinandoci tra ricercatori, professionisti, amministrazione comunale e MM, la società in-house milanese che, fra le altre cose, si occupa di riqualificazione urbana. Questo ha richiesto tempo e un grande lavoro di dialogo interdisciplinare con gli ingegneri, perché spiegare tecnologie basate sulle piante non è semplice. 

Una strada lunga e complessa, insomma. 

Sì, ma proprio mentre completavamo il piano operativo PNRR, si è aggiunto il progetto EUI, che ha ampliato enormemente la portata dell’intervento, includendo aspetti sociali, monitoraggio dei servizi ecosistemici e apertura al pubblico. Questo ha reso possibile pensare all’area come un parco, valutando anche i benefici sociali e ambientali, e ha dato respiro tecnico-scientifico al progetto. Ora abbiamo terminato il piano operativo, che è stato recepito dagli enti e così potrà cominciare l’iter ufficiale per la bonifica della Goccia. 

Cosa succederà concretamente?

Una prima fase di lavori durerà circa due anni, ma la contaminazione non scomparirà in tutte le aree. Dove non è possibile eliminare la contaminazione l’obiettivo è bloccarla e rendere l’area fruibile, anche se alcune zone rimarranno non accessibili. Le piante e i microrganismi già presenti nel suolo svolgono da tempo questa funzione, in queste aree noi ci limiteremo a stimolare, documentare e monitorare il loro ruolo.

Uno dei tanti sentieri di asfalto che s'inoltrano nel folto della Goccia Credits @Camilla Morino

Uno dei tanti sentieri di asfalto che s'inoltrano nel folto della Goccia Credits @Camilla Morino

Immagino che, rispetto a soluzioni più ingegneristiche, per applicare queste tecniche siano necessarie competenze diverse, complesse. 

Esatto, per questi interventi servono team multidisciplinari: non basta un ingegnere, come per tecnologie di bonifica più tradizionali. Servono esperti di piante, microrganismi e forestali e un monitoraggio ambientale nel tempo. Le variabili sono molte: ogni organismo vivente ha mille modi di reagire, e servono persone che seguano microrganismi, vegetazione e interazione con l’ambiente. Nel progetto della Goccia, Terrapreta e i partner dell’Osservatorio La Goccia hanno permesso di integrare il processo tecnico-scientifico con aspetti paesaggistici, ambientali e sociali. E poi nel momento in cui si apre alla dimensione sociale, aprendo il parco alla gente, le persone che lo vivono diventano centrali, un parco non è solo un progetto di paesaggismo. E queste tecniche basate sulla natura si accordano bene con la dimensione sociale. Le fitotecnologie sono anche meno invasive rispetto a soluzioni ingegneristiche, non richiedono la rimozione massiccia del suolo e preservano gli ecosistemi, restituendo suoli fertili. Sono più sostenibili ed economiche nel lungo periodo, sfruttando processi naturali. Trasformano l’area in uno spazio vivo e fruibile, non solo “ripulito”. 

È la prima volta che lavora su un progetto così complesso? 

Sì, o meglio: abbiamo seguito altri progetti, ma più piccoli e dettagliati, questo invece è a 360°. Abbiamo già sperimentato in laboratorio, serre e camere di crescita in condizioni controllate, quindi variabili ambientali appositamente ridotte, per studiare il funzionamento di queste tecniche. Ma questo è uno dei primi interventi di questo tipo su scala reale. 

All’estero queste tecnologie sono più radicate rispetto all’Italia? 

Sì, negli Stati Uniti e in Canada per esempio le fitotecnologie sono molto avanzate e largamente riconosciute. In Europa si diffondono più lentamente, con esempi pionieristici in Germania e in Olanda. In Italia c’è anche un tema di normativa, che da una parte, per fortuna, è molto più stringente sui livelli consentiti di inquinanti e sulla gestione dei terreni inquinati. Per esempio in Olanda si può costruire una villetta su terreni contaminati con vincoli flessibili, con divieto di coltivare o anche solo di scavare. In Italia questo non è possibile. Insomma in Italia le regole sono molto rigide, cosa che rende i progetti più sicuri, ma anche più complessi da realizzare. Però, come nel resto d’Europa, pur lentamente, le fitotecnologie stanno arrivando, ed è un bene.

Caterina Orsenigo. Caterina Orsenigo scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca e collabora con la Fondazione Feltrinelli. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio Con tutti i mezzi necessari.

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