Il mercatino della Bovisa è una città dentro la città. Una città con una sua società, un po' araba, un po' italiana (del sud e del nord), un po' slava, un po' africana. Ogni domenica mattina, con il freddo o con il caldo, una moltitudine arriva da ogni dove e si ritrova sparpagliata in piazza Emilio Alfieri, che più che una piazza è un luogo di transito senza segni particolari. I venditori montano i loro banchi in questo grande spazio vuoto, privo di ombra e alberature, dal quale di solito si passa per raggiungere la rampa che porta alla stazione ferroviaria Milano Bovisa Politecnico, un tempo Milano Nord Bovisa. A circa un chilometro in linea d'aria ci sono i tigli, i pioppi, le robinie e le paulonie che popolano il bosco cresciuto in gran segreto oltre il muro di cinta della Goccia. La piazza prende il nome da un ostetrico, ginecologo e bibliofilo milanese, Emilio Alfieri, vissuto a cavallo tra l'800 e il '900, autore di oltre 200 pubblicazioni e allievo di Luigi Mangiagalli. Durante gli altri giorni della settimana, al posto del mercato c'è un parcheggio e su un margine del parcheggio la pensilina dove ferma l'autobus 92. Piazza Emilio Alfieri può sembrare un luogo senza storia, perfino desolato. Nei mesi invernali è dura e grigia come una città sovietica degli anni Settanta e in estate è afosa e inospitale come lo sono molte altre spianate di cemento, sempre più arroventate a causa del global warming. Piazza Emilio Alfieri in apparenza è muta, non ha niente d'importante da dirci, ma in realtà non è così. È un luogo con un'anima e una biografia.

Piazza Emilio Alfieri con il mercato.

Piazza Emilio Alfieri senza il mercato.
Oggi è sede di un nuovo studentato, il grande edificio delle Collegiate, mentre dal 2015 al 2020 una palazzina, che si trova ancora oggi accanto alle Collegiate, diede rifugio a uno squat anarchico, Casa Brancaleone. Prima di andarsene gli occupanti avevano costruito sulla sommità un'architettura pirata, una specie di terrazza abusiva in tubi Innocenti, che dominava dall'alto la piazza, senza complessi d'inferiorità, anzi, come il palazzo fortificato di una signoria medievale. Il terrazzo posticcio fu l'estrema trincea degli squatter, prima dello sgombero. In quell'epoca la presenza anarchica aveva lasciato la propria impronta sopra un ampio quadrante urbano, compreso tra Bovisa, Affori, Villapizzone e McMahon, grazie a un carosello di scritte, tag e A cerchiate, un vero e proprio continuum, spesso fatto di motti fulminanti e di slogan pregni di un umorismo acido, proprio dello stile comunicativo del vecchio e nuovo anarchismo. In un altro angolo di piazza Emilio Alfieri, oltre il limite dove la domenica si trovano gli ultimi banchi del mercato, ci sono invece un murales e una targa in ricordo di Maria Luisa D'Amelio, una studentessa di 17 anni, stuprata e uccisa l'8 novembre 1987 fra i ruderi e le baracche dell'ex Montedison, nei pressi della ferrovia. Fu il padre a ritrovarla. Anche la tragedia di Maria Luisa D'Amelio rivela un passato di marginalità e abbandono che ha segnato la storia di questa piazza-parcheggio. E poi oggi c'è il mercatino della Bovisa, la città dentro la città, che ogni domenica mattina, con le sue merci a poco prezzo, riempie di vita la piazza.
“Siamo qui da domenica 3 maggio 2009”, racconta Alessandro Rizeq, “era una domenica di pioggia, lo ricordo ancora”. Rizeq è il fondatore dell'Associazione Mercatini Vintage Gaia, la realtà che si occupa dell'organizzazione e coordinamento del mercato della Bovisa. “Milano era già all'epoca una città molto cara, lo è sempre stata. Lo scopo della nostra associazione era costruire un momento di economia circolare e offrire un'opportunità alle persone meno abbienti in cerca di merci a poco prezzo. Il mercatino della Bovisa non è mai stato un mercatino dell'antiquariato, ma qualcosa di diverso, che ha a che fare con l'incontro e l'accoglienza”.
I primi furgoni arrivano alle sei del mattino. Vengono montate le strutture, con i pali verticali che sorreggono i teli impermeabili e le zavorre a terra che danno stabilità a gazebi e tendalini. Si lavora fino a dopo pranzo e per le 15 è smontato tutto. Tra i banchi, gestiti con allegria e gentilezza da persone arrivate in Italia da altri continenti, si trova un po' di tutto. Tecnologia e hi-fi usati, vecchia utensileria da lavoro, cappotti, giacche, completi, tute, scarpe, occhiali da sole, vecchi libri, riviste, fumetti, 45 giri e ogni genere di ninnolo e soprammobile, arrivati qui da chissà quale salottino o camera da letto della nonna. Ogni oggetto è un pezzo unico. Una grande conchiglia rosa è esposta accanto a un orologio da muro con l'immagine di Fiorello ai tempi di Karaoke, mentre un passo dopo veniamo trafitti dallo sguardo severo di Lenin, ritratto in una tela che in passato fu appesa in una sede milanese di Lotta Comunista. Come nei sogni, gli oggetti si alternano l'uno a fianco all'altro senza un filo conduttore. Da una cassa esce musica trap, future garage o le note di Luna di Gianni Togni: “E guardo il mondo da un oblò \ mi annoio un po' \ Passo le notti a camminare \ dentro un metrò”.
Qua e là ci sono scatole piene di fotografie, con scene di matrimoni, vacanze, pranzi al ristorante. Frugare in mezzo al caos del mercato, tra foto private, cartoline, quaderni di scuola, vecchi abbonamenti del tram e bollette della luce, consente d'immaginare e intravvedere storie, biografie ed entrare così in contatto con l'intimità di un nucleo famigliare. Oltre alla possibilità di trovare una grande varietà di merci a poco prezzo, l'esperienza del mercatino domenicale apre porte su mondi ignoti e inattesi. Ogni banco segna l'inizio di una pista verso luoghi sconosciuti, è un varco su epoche tramontate. Il mercatino è una scatola dei destini, un contenitore imprevedibile, un gioco che costa poco, un modo per evadere dalla realtà.

Il mercatino a marzo, in una domenica di sole
“Quando abbiamo iniziato c'erano appena 12 banchi. Nell'arco di 17 anni di lavoro”, racconta Rizeq, “il mercatino della Bovisa è cresciuto e ha movimentato almeno un milione di indumenti. Oggi i banchi sono 80, visitati ogni domenica da 8-9mila persone. Nell'anno del Covid siamo riusciti a garantire l'apertura, sanificando l'area e di fatto impacchettando il mercato, con un solo punto di accesso e di uscita. Qui la domenica incontri la realtà, le persone vere, quelle che vivono con difficoltà, che faticano ad arrivare, non dico in fondo al mese, ma alla metà del mese. E poi ci sono un sacco di giovani e di studenti che arrivano da tutta Milano. Siamo orgogliosi di aver creato un luogo dove le persone possano soddisfare qualche bisogno e incontrarsi. Qui non facciamo distinzioni. L'antifascismo è nel nostro statuto. Sono tutti benvenuti. Il 12 gennaio ricordiamo sempre con un minuto di silenzio un fattaccio, accaduto nel 2012: l'uccisione di un agente della polizia locale, Niccolò Savarino, travolto, mentre in bicicletta, da un suv guidato da un ragazzino di 17 anni”.

Una delle tante scatole piene di foto in vendita al mercatino della Bovisa
La mascotte dell'Associazione Gaia è una vecchia scarpa usata. A qualcuno farà tornare in mente il famoso verso di Fischia il vento, la canzone nata tra le brigate partigiane del Nord Italia: “Fischia il vento, infuria la bufera\Scarpe rotte e pur bisogna andar”. Molti anni fa, il 30 dicembre 1979, venne scattata una foto dolorosa, tragica, una delle foto simbolo della diffusione dell'eroina, il flagello che travolse la vita di migliaia di persone tra gli anni Settanta e Ottanta. Nello scatto in bianco e nero, in un mattino probabilmente gelido, un parroco dona l'estrema unzione a un ragazzo giovanissimo, trovato privo di vita su una panchina. Era morto, nella notte, a causa di un'overdose, nel giardinetto con le altalene adiacente alla chiesa di San Nicola, in via Livigno, una strada al confne tra la Bovisa e il quartiere Dergano. L'immagine ci riporta con crudezza ai percorsi esistenziali vissuti dai giovani di molti quartieri popolari e operai nelle periferie industriali del nord Italia. L'emblema del giovane accasciato su una panchina della Bovisa e stroncato dall'eroina, prodotto semisintetico di laboratorio, crea uno strano cortocircuito, se si considera che tutta la storia della Bovisa moderna è profondamente legata alla chimica e alla chimica industriale. La stessa siringa monouso, lo strumento con il quale l'eroina veniva iniettata, con la sua forma rigorosamente determinata dalla funzione, fu espressione per eccellenza del design industriale e di un mondo di artefatti novecentesco. Molti anni dopo, il mercatino della Bovisa offre in quegli stessi spazi, un tempo segnati dall'abbandono e dalla solitudine, un appuntamento settimanale fatto di socialità, relazione e incontro, nel segno della reciproca umanità, prima che del profitto. E nel segno della dignità dell'economia circolare, al posto del cinismo dell'usa e getta. L'origine di questo approccio è a monte. È nella filosofa che ha ispirato questo luogo ed è nelle radici famigliari di Rizeq. “Sono il figlio adottivo di un palestinese”, racconta Rizeq, “un palestinese arrivato molti anni fa in Italia. Mio padre è stato una vittima della Nakba (l'esodo forzato di circa 700.000 palestinesi, che fra il 1947 e il 1949 furono obbligati con la forza a lasciare le loro abitazioni, Ndr). La Nakba lo ha costretto ad abbandonare il luogo in cui era nato e a trasferirsi ad Amman, in Giordania. Mio padre mi ha insegnato che non esistono i bianchi o i neri, al massimo ci sono i ricchi e i poveri. Il mercatino della Bovisa nasce anche da questo insegnamento”.
Ivan Carozzi. Scrittore, giornalista culturale, autore di programmi tv e audiodocumentari.
