IL MESTIERE DI APICOLTORE, IL MIELE URBANO E GLI ALVEARI DELLA GOCCIA

  • Caterina Orsenigo
  • 18 maggio 2026
L'apicoltore Carlo Beccalli e Gianluca Rapaccini di Terrapreta dentro la Goccia. Credits @Marco Merati

L'apicoltore Carlo Beccalli e Gianluca Rapaccini di Terrapreta dentro la Goccia. Credits @Marco Merati

Ci sono molti modi di osservare un bosco e fra questi c’è un punto di vista imprescindibile: quello degli impollinatori. Per loro, per esempio, lo stato di salute dei fiori conta più di quello del terreno. Studiando il loro miele, la cera e i pollini ci si può fare un’idea precisa di quali piante fioriscono nella zona e di come muta la vegetazione col passare delle stagioni e degli anni e si scopre quale sia l’impatto reale di pesticidi e metalli accumulati nel terreno.

Carlo Beccali è un apicoltore urbano, da anni produce miele dentro la città di Milano, accompagnando le sue arnie nei parchi perché le api facciano il loro doppio lavoro: d’impollinazione e di produzione di miele. Un giorno è approdato alla Goccia, è rimasto affascinato da questa foresta incastonata fra la Bovisa e Villapizzone, intrisa di storia industriale e poi di ribellione e riconquista, in un fronte comune, di flora e di fauna. Ha portato cinque alveari che col tempo sono diventati dieci e fa parte a tutti gli effetti della squadra multiforme e variopinta di persone che monitorano il bosco. Ci ha raccontato di sé, del suo lavoro, di cosa le api gli raccontano su Milano e sulla Goccia.

Puoi raccontarci innanzitutto cosa ti ha portato a diventare apicoltore?

È proprio così: nessuno nasce apicoltore, ognuno ci arriva per vie diverse. Nel mio caso tutto è partito da mio padre, che lo faceva per hobby, con grande passione ma senza fini commerciali. Io invece lavoravo come fotografo nel settore arredamento e design. Un’estate, era il 2018, un po’ per caso mi sono trovato a dargli una mano e da lì è nata la mia passione per le api. Ho iniziato ad aumentare gli alveari, finché non riuscivo più a fare bene né il fotografo né l’apicoltore. A quel punto ho scelto: sono diventato apicoltore.

All’inizio lavoravo in Brianza come apicoltore stanziale, senza spostare gli alveari. Però, con il cambiamento climatico, le risorse nettarifere sono diminuite e non era più possibile sostenere le api per tutta la stagione in un solo luogo. Così sono passato al nomadismo: sposto gli alveari seguendo le fioriture, ed è meglio anche per le api, permette di avere una dieta più varia.

Carlo Beccalli in un giorno d'inverno alla Goccia. Credits @Gianluca Rapaccini

Carlo Beccalli in un giorno d'inverno alla Goccia. Credits @Gianluca Rapaccini

Come funziona il nomadismo e come avviene concretamente lo spostamento degli alveari?

Le api si orientano con la luce del sole e la sera rientrano nell’arnia. È proprio in quel momento che si spostano: carico gli alveari su un carrello rimorchio e li trasferisco in una nuova postazione, dove vengono poi scaricati. Questo metodo mi permette di produrre sia mieli monoflora che millefiori.
A proposito di millefiori: spesso si pensa sia un miele “generico”, magari troppo dolce o indistinto. In realtà è una fotografia precisa del luogo e del periodo in cui viene prodotto. Per esempio, due millefiori raccolti in due fioriture diverse, ad aprile-maggio e a maggio-giugno, sono completamente diversi: il primo è più delicato, il secondo più robusto, ha un sapore più accentuato, spesso caratterizzato da tiglio e ailanto che sono le fioriture principali.

Puoi spiegarci com’è fatto un alveare?

Per prima cosa diciamo che nell’alveare vivono tre tipi di api: la regina, unica femmina fertile; le operaie; e i fuchi, i maschi. La regina, dopo la nascita, esce per i voli di orientamento, per capire come è posizionato l’alveare, e poi uscirà di nuovo solo per il volo di fecondazione. Viene fecondata da più fuchi per evitare la consanguineità. Quindi le api operaie hanno tutte una stessa madre ma padri diversi, possono essere anche 14, 16 fuchi differenti. La fecondazione avviene appunto in volo e il fuco muore subito dopo. Veniamo all’arnia. È divisa in moduli sviluppati verticalmente: il miele è pesante, quindi viene stoccato in alto, altrimenti il favo collasserebbe. Quindi nella parte inferiore c’è il nido, dove le api vivono e dove non si interviene sottraendo miele. E sopra c’è il melario, dove invece viene solo immagazzinato il miele. È importante che la regina deponga le uova solo nel nido, perché se lo facesse anche nel melario andrebbe a compromettere la qualità del miele. Quello che fa l’apicoltore per impedire alla regina di entrare nel melario è mettere una griglia da cui le api operaie passano facilmente perché sono più piccole, mentre la regina non riesce a passare.

Com’è organizzata una tua giornata tipo durante la stagione produttiva?

Le giornate cambiano molto a seconda del periodo. Mi sveglio presto, per evitare il traffico e perché il lavoro è tanto. Poi controllo gli alveari, sposto i melari e mi occupo della gestione generale. Nei periodi di raccolta lavoro in laboratorio per la smielatura: si estraggono i telaini e si rimuove l’opercolo, cioè il sottile strato di cera con cui le api sigillano il miele per proteggerlo dall’umidità. Il miele viene poi estratto con una centrifuga, filtrato dalle impurità e infine invasettato. Se ci pensi è un alimento unico: è l’unico prodotto lavorato interamente da un animale senza interventi umani. Il latte per esempio deve essere sterilizzato, mentre il miele che mangiamo è esattamente come lo producono le api. Una parte importante del mio lavoro è anche l’allevamento delle regine. Si prelevano larve molto piccole e si inseriscono in una famiglia orfana, che ha bisogno di allevare una nuova regina. Dopo circa 12 giorni la cella reale è pronta e viene trasferita in un nuovo nucleo, da cui nascerà una nuova regina. Questo serve sia per creare nuovi alveari sia per sostituire regine mancanti.

Quindi sono le figlie ad allevare le madri.

Esatto. L’aspetto interessante è che operaie e regine nascono dallo stesso uovo, ciò che cambia è l’alimentazione della larva: la regina viene nutrita esclusivamente con pappa reale. In natura, se un alveare resta orfano perché la regina muore, e non interviene l’apicoltore inserendo la cella reale, può succedere che le operaie riescano ad allevare una nuova regina, quindi una nuova madre.

Tutto questo lavoro lo fai da solo o c’è qualcuno che ti aiuta?

Ho un unico aiutante: mio padre. Con l’età è più difficile, ma continua ad aiutarmi. È fondamentale perché quello dell’apicoltore è un lavoro totalizzante: da febbraio a ottobre si è sempre in movimento e non si contano le ore. Più che un lavoro, è una chiamata, una vera e propria vocazione. Anche perché i guadagni non sono proporzionati alle ore, quello che muove dev’essere per forza la passione.

Beccalli al lavoro alla Goccia. Credits @Marco Merati

Beccalli al lavoro alla Goccia. Credits @Marco Merati

Come nasce il tuo progetto di apicoltura urbana a Milano e in che modo sei arrivato all’area della Goccia?

Sono nato in Brianza, poi per esigenze personali mi sono trasferito a Milano. E a un certo punto mi sono chiesto: perché non provare a fare apicoltura urbana? Ho iniziato un progetto sui millefiori di Milano: i millefiori, a seconda di quando e dove li fai, producono una fotografia interessante e molto precisa del territorio, e questo lo trovo interessantissimo. E proprio per questo i mieli urbani sono molto particolari, difficili da replicare in campagna. A un certo punto, forse dai social, ho scoperto le proteste contro il disboscamento dell’area della Goccia. Così sono andato a vedere e mi ha colpito questo bosco spontaneo in città, così ricco. Il luogo mi ha affascinato, anche perché se ne parlava come una sorta di “Chernobyl milanese”, mentre secondo me la natura aveva già iniziato un processo di rigenerazione e c’era una buona biodiversità. Quindi ho voluto provare a testare i nettari per verificare la presenza di inquinanti. E in collaborazione con Terra Preta abbiamo avviato il progetto: gli alveari, che in questo caso sono stanziali, sono lì ormai da 3-4 anni.

Che tipo di lavoro svolgi oggi alla Goccia e cosa è venuto fuori finora da queste analisi?

Analizziamo sia i pollini, per capire su quali piante lavorano le api, sia eventuali inquinanti. Quello che emerge è che inquinanti come il piombo sono sempre sotto la soglia di rilevabilità. Questo probabilmente è dovuto al fatto che i fiori restano esposti agli inquinanti per un tempo limitato, si parla di pochi giorni, e quindi assorbono poco. Una pianta ha radici nel sottosuolo, ma diciamo che io studio gli inquinanti dal punto di vista delle api, e per loro non emergono criticità. Ne viene fuori anzi un miele molto interessante, anche se non è pensato per la produzione, ha solo finalità di ricerca: la gestione è estensiva, gli alveari sono pochi, il miele che ne esce in gran parte viene lasciato alle api e il resto utilizzato appunto per analisi.

Come il miele della Goccia, il miele che produci è un miele urbano, milanese.

Quando ho iniziato a produrre miele in città ho capito che non era solo “pulito”, ma anche molto buono. L’ho chiamato “L’Ambrogino”, in riferimento a Sant’Ambrogio, patrono di Milano e degli apicoltori perché, secondo la tradizione, da bambino fu salvato da uno sciame d’api, motivo per cui viene spesso raffigurato con un alveare. E lo vendo in modo itinerante, girando con un vecchio motorino e delle ceste: un modo semplice e diretto per portarlo alle persone.

Caterina Orsenigo. Caterina Orsenigo scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca e collabora con la Fondazione Feltrinelli. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio Con tutti i mezzi necessari.