Un quartiere, un luogo, è anche — e forse soprattutto — l’insieme delle immagini che lo hanno raccontato. La Bovisa è da sempre associata a una posizione marginale: periferia geografica e simbolica, spazio ai confini della città. Prima ancora di diventare quartiere, faceva parte dei Corpi Santi, il comune che circondava Milano e ospitava ciò che doveva restare fuori dalle mura, inclusi i luoghi di sepoltura. La Cascina Bovisa, da cui il quartiere prende il nome, venne inglobata nel Comune di Milano nel 1873, segnando l’inizio di una nuova fase.
Dalle cascine e dagli oratori rurali, la Bovisa si trasformò in un territorio industriale, fatto di opifici, fabbriche e infrastrutture. La presenza della stazione e dei binari ferroviari contribuirono allo sviluppo industriale dell'area e trasformarono radicalmente il paesaggio. È proprio in queste trasformazioni, di cui spesso abbiamo memoria più per immagini che per cronache ufficiali, che il quartiere trova una parte decisiva della propria identità.
Fabbriche, ciminiere, grandi caseggiati. La periferia immersa nella stessa nebbia che sembra avvolgere anche quelle vecchie immagini in bianco e nero. Raccontare in modo completo e definitivo la storia visiva della Bovisa è impossibile: troppo ricca e dispersa è la trama di immagini e narrazioni che l’hanno attraversata. Trovare un titolo è altrettanto difficile. Per questo ho preso spunto da un piccolo tesoro che conservo a casa: Vocabolarietto figurato, un prontuario degli anni ’50 rivolto a insegnanti e studenti, dove le parole, disposte in ordine alfabetico, non sono accompagnate da fredde definizioni, ma da brevi racconti e illustrazioni.
Il percorso qui proposto procede per scarti e avvicinamenti, affidandosi a immagini singole, figure e frammenti, per evocare luoghi, presenze, atmosfere. È uno sguardo laterale, che procede dal particolare e lascia intravedere il generale. È un omaggio ai luoghi, alle persone e alle vicende che hanno contraddistinto e raccontato, ognuna a suo modo, la Bovisa.
Iniziamo.
ANGELI MORTI
Molti di voi ricorderanno le malinconiche atmosfere di una Berlino ancora ferita e divisa in due, vegliata dagli angeli in cappotto nel film di Wim Wenders Il Cielo sopra Berlino (1987). In quegli stessi anni, alcune figure angeliche popolavano anche un’altra città, almeno nella mente di un artista: John Hejduk, architetto statunitense di origine ceca.
Nel 1987, alla Triennale di Milano, si svolge infatti una manifestazione particolare: Le città immaginate. Ad architetti italiani e internazionali viene chiesto di reimmaginare nove città italiane. Per Milano, tra le aree di intervento scelte, figura anche la Bovisa, allora segnata dai cantieri della stazione e dalla vasta area dismessa dei gasometri.
Hejduk realizza sessanta tavole disegnate a penna (visibili qui), che raccoglierà successivamente in un volume omonimo. In copertina campeggia la “Cappella” una sorta di gasometro trasfigurato, dalla cui cupola si innalzano inquietanti spuntoni metallici. La Bovisa di Hejduk è un luogo in bianco e nero, silenzioso e apocalittico, non lontano dalla Berlino di Wenders. Paesaggi industriali si alternano a invenzioni e macchinari distopici, mentre un’atmosfera sospesa e irreale sembra dominare il tutto. Gli angeli non ascoltano i pensieri degli uomini, come nel film di Wenders. La loro natura resta ambigua: presenze benevole o minacciose? Non è dato saperlo. Un carro funebre trainato da cavalli trasporta angeli morti, ma forse è proprio attraverso il loro sacrificio che può compiersi una possibile redenzione, preludio a una rinascita del luogo.

Fonte: "Bovisa: A work by John Hejduk"
EREMITA
Maria Egiziaca, Simeone Stilita, Onofrio Anacoreta… Siamo spesso portati a credere che un eremita debba per forza avere nomi esotici o altisonanti e magari vivere in luoghi remoti e aridi, su cime montuose o in Grecia fra le colonne di roccia delle Meteore. Il nostro eremita della Bovisa, invece, si chiama semplicemente Giovanni Moretti, un cognome lombardo doc. Quarto di undici figli e figlio di contadini, Giovanni trascorse la seconda metà della sua vita in una capanna in mezzo ai campi, proprio dove, di lì a qualche anno, sarebbe sorto lo scalo FN Bovisa.
Prima di scegliere la vita da eremita, aveva coltivato la terra e insieme alla moglie aveva gestito un'osteria e spaccio alimentare. Rimase vedovo a 37 anni, con un figlio da crescere. È in quel periodo che cominciò a rifiutare l'idea del guadagno e a volersi accontentare di poco, fino ad abbassare a prezzo di costo le tariffe in osteria. Poi un giorno decise d'indossare il saio e di cedere l'osteria al fratello. Affidò il figlio ai parenti, abbandonò l'esistenza secolare e andò a vivere scalzo in mezzo ai campi. Aiutava i poveri e si dedicava solo a opere di bene. Non fu mai santo e nemmeno beato, ma se dovessimo eleggere un santo patrono della Bovisa, sarebbe bello pensare a Giovanni Moretti. Un articolo del Corriere della Sera del 1949, lo ricorda così:
“Fu costui un personaggio che fece molto parlare dal 1860 in poi per la forma della sua vita bizzarra e ascetica, per le conclamate virtù di taumaturgo. L'eremita di Villapizzone. Chi era costui? Lo chiamavano anche «Giovanin Romita». [...] Con indosso una specie di saio francescano si cinse la corda ai fianchi e divise il suo tempo tra la preghiera e i lavori nei campi, in aiuto ai contadini più poveri. A poco a poco cominciarono ad arrivare visitatori sempre più numerosi: chi gli chiedeva consiglio, chi preghiere per guarire dai suoi mali. Lo trovavano nella sua capannuccia, tra un'infinità di altarini messi insieme uno dopo l'altro, davanti ai quali accendeva file di candeline e di lumini…”.

L'eremita di Villapizzone, Giovanni Moretti
GASOMETRO
“Appena di là dalle fabbriche, dai camini e dai gasometri della Bovisa, i treni della Nord passavano e ripassavano indifferenti e veloci”, così descrive la Bovisa lo scrittore Giovanni Testori nel romanzo Il Fabbricone (1961). I gasometri, simboli del quartiere, erano presenti da tempo: fin dal 1905, infatti, le mastodontiche strutture delle Officine del Gas macinavano carbone per produrre gas destinato al riscaldamento della città.
Mario Sironi, pittore di origini sarde che visse a Milano, li raffigurò in uno scorcio tipico della periferia industriale del nord: muri di fabbriche, colori grigi e bruni, grandi casermoni e quasi nessuna presenza umana. Negli anni ’20 aveva iniziato il suo ciclo di Paesaggi urbani e periferie cittadine, cercando di catturare le solitudini della nuova civiltà industriale. “Milano è brutta ma solida”, scriveva a un amico nel 1919, e proprio quella solidità sembrava affascinarlo.
Il famoso dipinto Il gasometro risale al 1943 e somiglia molto al gasometro di via Olbia in Bovisa. Se sia esattamente quello, non possiamo saperlo: Sironi dipingeva in studio, mai dal vivo. L’architetto Aldo Rossi si soffermerà, in un testo, sull'occhio tecnico e analitico di Sironi (Sironi, infatti, si era iscritto alla Facoltà di ingegneria a Roma, senza però mai completare gli studi):
“L’ingegnere Sironi si accorse dei gasometri come nessun pittore avrebbe potuto fare; nei gasometri di Sironi la ruggine dei ferri sembra colare dalle nubi, la città è avvolta in un cielo bianco-ruggine come per peste o smog o nuove tremende malattie che deteriorano il ferro, la pietra, gli intonaci… Ma quale città è stata più bella?”

Il Gasometro, dipinto di Mario Sironi
GRAFFITO
Qualche decennio più avanti incontriamo Arno Hammacher, classe 1927, grafico e fotografo olandese. Sul finire degli anni ’50 Hammacher si traferì a Milano, dove visse per gran parte della sua vita. Qui documentò, tra le altre cose, i lavori per la costruzione del Grattacielo Pirelli per Gio Ponti e collaborò con alcune delle più prestigiose riviste italiane di architettura e design, come Domus, Casabella e Abitare. Ho scoperto il suo lavoro durante una delle mie numerose flânerie online tra archivi e collezioni fotografiche, più precisamente sul portale dei Beni Culturali della Lombardia, dove ho appreso che nel 1992 Hammacher aveva consegnato il suo archivio fotografico alla Regione.
Tra i molti luoghi documentati e raccontati dalla sua lente, c’è anche la Bovisa degli anni ’70. Non tanto nei grandi spazi, quanto nei suoi muri: superfici che accolgono simboli e veicolano messaggi. Le fotografie mostrano graffiti politici sparsi qua e là: una falce e martello, una “A” di anarchia. Siamo nel 1975 e, in seguito a un piccolo intervento, quella stessa “A” si trasforma: prende vita, sorride, diventa il volto di un omino che sembra anticipare di circa dieci anni lo stile e le fattezze di Fido Dido, icona della grafica pop.
INFERNO
Con la I maiuscola, di dantesca memoria. La Bovisa fu luogo propulsore e set di uno dei primi kolossal del cinema europeo: nel 1911 la Milano Films produsse infatti una trasposizione della prima cantica della Divina Commedia, diretta da Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro e Adolfo Padovan. Inferno, di cui vedete qui un frame, fu tra i film più costosi mai realizzati in Italia fino a quel momento e venne girato su un ettaro di terreno in via Baldinucci, dove la compagnia disponeva di un teatro di posa di 650 metri quadrati, oltre a scene in esterna, tra cui sul lago di Lecco. Muto e ricco di tableaux vivants ispirati alle illustrazioni di Gustave Doré, il film mostra Caronte, Minosse, Paolo e Francesca, Ugolino e tutti i personaggi memorabili della cantica, fino al gran finale con Lucifero, con effetti speciali pionieristici per l’epoca. Alla prima, al teatro Mercadante di Napoli, tra gli spettatori c’erano Benedetto Croce e Matilde Serao, che il giorno successivo commentò sulle pagine de Il Giorno:
“Noi che spesso, abbiamo detestato il cinematografo, per la banalità e la scempiaggine dei suoi spettacoli, noi, ieri sera, abbiamo fatto ammenda onorevole: noi ci siamo interessati come al più imponente spettacolo e il nostro animo ne è stato scosso e contiamo di ritornarci. Per noi il film della Milano per l’Inferno di Dante ha riabilitato il cinematografo: per chiunque, tale spettacolo sarà un vero palpito di curiosità e di emozione. […]”
Oggi in Bovisa resta ancora qualche traccia, sbiadita ma affascinante, di questa straordinaria epoca del cinema muto. Tra i finanziatori della Milano Films compariva anche l’armeno Hovhannes H. Zelilian, che nel 1917 si mise in proprio con la Armenia Films, costruendo i suoi teatri accanto a quelli della Milano Films. Su un lato di via Candiani, proprio all’ingresso di un giardino pubblico, resta oggi una porta ad arco con la scritta Armenia Films. È la fragile vestigia di un tempo in cui la Bovisa era una piccola Hollywood.

Frame dell'Inferno, Divina Commedia, prodotta da Milano Films.
MADONNA CON CIMINIERE
Dall’Inferno spostiamoci in Paradiso, senza soste in Purgatorio. Nel 1917 venne completata la Chiesa Parrocchiale dedicata alla Beata Vergine del Buon Consiglio, su progetto dell’architetto Spirito Maria Chiappetta, autore in Lombardia di numerosi edifici religiosi. Ma qui non parleremo della chiesa in sé, bensì di un affresco alla sinistra dell’altare maggiore.
L’opera ritrae tre cardinali: Andrea Carlo Ferrari, che porge il modello della chiesa a Ildefonso Schuster; sullo sfondo si distingue invece Giovanni Battista Montini. Ciò che cattura lo sguardo, il vero punctum dell’immagine, è però il paesaggio industriale della Bovisa alle spalle di Montini: il gasometro e le ciminiere si stagliano dietro la scena sacra, creando un curioso straniamento rispetto allo stile tutto sommato classico della rappresentazione. La Madonna veglia dall’alto, in trono, con Gesù bambino in braccio, circondata e sorretta da angeli, secondo l’iconografia tradizionale. Sullo sfondo si apre invece il mondo reale delle fabbriche della Bovisa. Un’inaspettata apoteosi mistico-working class, un ora et labora trasposto al tempo della civiltà industriale.
Dalla firma in basso a destra si deduce che l’affresco è del 1959, realizzato dall’artista bergamasco Pasquale Arzuffi, autore di numerosi affreschi religiosi in chiese, basiliche e santuari. Fun fact: per il futuro papa Giovanni XXIII, allora nunzio apostolico e anch’egli originario della provincia di Bergamo, Arzuffi realizzerà in seguito diverse opere anche a Sofia, Atene e Istanbul.

Affresco nella Chiesa Parrocchiale dedicata alla Beata Vergine del Buon Consiglio
NASCONDINO
Ermanno Olmi, regista e “ragazzo della Bovisa”, nel suo libro omonimo del 1986 — sceneggiatura di un film mai realizzato — così ricorda gli anni spensierati della sua infanzia in via Cantoni:
"Si giocava soprattutto in strada. La strada era per noi il mondo intero. E nemmeno pensavamo che potesse esserci nel nostro futuro qualcosa di diverso da quella strada e da quei nostri compagni. Se c’era una palla, allora si facevano partite interminabili, che duravano tutto il pomeriggio…"
Olmi racconta un periodo a cavallo fra gli anni Trenta e Quaranta, ma a distanza di quasi trent’anni sembra che poco o nulla fosse cambiato. La strada continuerà infatti a essere il centro del mondo dei bambini, come si vede in questo scatto anni ’60 di Ando Gilardi. I bimbi giocano a nascondino in un giardinetto in zona Piazzale Lugano, in Bovisa, a poche centinaia di metri dalla Chiesa con l’affresco di cui abbiamo parlato in precedenza. È il 1969 e Gilardi ha scattato una serie di foto per un’indagine sui giochi all’aperto. Altre immagini ritraggono i bambini che corrono, che giocano a “le belle statuine” o al tiro alla fune.
Ando Gilardi è stato un pioniere: ha di fatto inventato la ricerca iconografica in Italia ed è stato non solo fotografo, ma anche teorico dell’immagine e instancabile studioso della cultura visiva.
Nel 1959 fonda a Roma la Fototeca Storica Nazionale, poi Fototeca Gilardi, con lo scopo di raccogliere immagini destinate a pubblicazioni editoriali o per altri usi. Nel 1967 trasferisce la fototeca in Bovisa, nell’attuale sede di Via degli Imbriani.
Oggi il patrimonio conta oltre 40.000 immagini e ha anche un recente catalogo digitale dedicato all’opera di Gilardi, gratuito e ricco di meraviglie e chicche d’archivio: dagli splendidi scatti realizzati durante i viaggi dell'antropologo Ernesto de Martino in sud Italia, ai tanti e curiosi oggettini “volanti” che affollavano il suo studio.

Bimbi che giocano a nascondino in un giardinetto in zona Piazzale Lugano, in Bovisa © Ando Gilardi / Fototeca Gilardi
LAMPONI
Qui non esistono immagini. Perciò faccio mia la lezione iconografica di Ando Gilardi e affianco un’immagine pertinente dell’epoca: lamponi tratti da un manualetto Hoepli sui frutti rossi, storica casa editrice milanese. Ebbene sì, lamponi in Bovisa! Un dettaglio sorprendente, da classica rubrica Forse non tutti sanno che…
La vicenda riguarda i dintorni di Piazzale Lugano, già citato a proposito dei giochi di strada dei bambini, a ricordarci che ogni frammento, ogni dettaglio, è collegato al tessuto più ampio della vita quotidiana e della memoria collettiva.
“Settant'anni fa, vicino a quel grande e ampio spazio aperto che oggi è stato rinominato Piazzale Lugano, e che si trova nell'area semiperiferica di Bovisa, si stendevano grandi terreni in cui si coltivavano lamponi. In quel tempo avremmo visto donne, con grandi ceste attorno al loro collo, cogliere a mano i lamponi. I frutti venivano poi lavati, selezionati e disposti dentro grandi contenitori. Ogni mattina, due o tre camion li avrebbero poi trasportati a Sesto San Giovanni, zona industriale nella parte nord-ovest della città. Lì, i lamponi venivano usati dalla Campari - che aveva (e ancora possiede) la sua più grande sede industriale a Sesto - per produrre l'indistinguibile colore rossastro del Bitter Campari, aperitivo consumato in tutto il mondo. Poi, circa nel 1935, accadde l'inaspettato. Negli Usa venne scoperto un insetto - una sorta di coccinella - che produceva la stessa colorazione di rosso a un prezzo di gran lunga più basso. I lamponi della Bovisa vennero abbandonati. La loro produzione collassò. Presto i terreni vennero venduti a industriali o a speculatori immobiliari…”. (John Foot, rivista Territorio, 2007).
A me viene subito in mente anche il Cordial Campari, mitologico liquore (oggi scomparso) prodotto in quegli anni e a base di lamponi selvatici macerati in cognac e poi distillati. Che i lamponi della Bovisa abbiano partecipato alla sua miscela? Ai posteri l’ardua sentenza. Anche se nel quartiere il vero leader dei liquori nel è Fratelli Branca, produttrice del Fernet-Branca, nella storica sede di via Resegone: le sue lettere cubitali ad angolo e la ciminiera catturano l’attenzione di chi passa lungo la circonvallazione su via Lancetti.

Lamponi, da un manualetto Heopli sui frutti rossi
STAZIONE
Se l’eremita Giovanni sembrava aveva ritrovato la sua serenità nei campi dove sarebbe sorta la stazione Bovisa, la storia dello scalo ferroviario, inaugurato nel 1879, non fu sempre altrettanto tranquilla. Nel 1916, una tremenda esplosione in una fabbrica adiacente, l'americana Boston Blocking Company, fece sette vittime passando alla storia come il Disastro della Bovisa. Quella che vediamo in questo video del 1982 è ancora la vecchia stazione, demolita nel 1988 per far spazio al nuovo edificio inaugurato nel 1991, quello che conosciamo oggi.
Dopo tante immagini fisse, chiudo questo piccolo vocabolarietto figurato della Bovisa con delle immagini in movimento. Le riprese rappresentano alcune delle ultime testimonianze visive della vecchia stazione, protagonista di questo videoclip realizzato per un servizio Rai con intervista ai Matia Bazar. La band è accompagnata da un mix di Fantasia e Lili Marlene, brani tratti dal nuovo album Berlino, Parigi, Londra, che segna l’inizio del loro corso più elettronico e new wave, in formazione rinnovata con Mauro Sabbione alle tastiere. Antonella Ruggiero e soci si dirigono a passo deciso verso la stazione e salgono su una “presunta” locomotiva a vapore: in realtà un vagone d’epoca in legno sospinto da uno nuovo, con fumo creato grazie all’ausilio del ghiaccio secco. Il trucco scenico regge e la band proietta metaforicamente se stessa e la Bovisa del passato verso l’Europa e il futuro. Le riprese furono effettuate alle due di notte, per evitare la folla e il caos dei viaggiatori nelle ore diurne.
Quello stesso movimento di viaggiatori venne fotografato nei versi di Bovisa, lirica dell’urbanista-poeta Giancarlo Consonni:
“Ne butta di gioventù
la stazione di Milano-Bovisa.
Appena fuori
trame di travi
tetti afflosciati
lamento di ruderi
(è la fabbrica Sirio
che si decompone)
Intatta la ciminiera
ci lascia ai nostri passi”
Livia Satriano. Livia Satriano è ricercatrice, autrice e curatrice. Ha scritto libri, ideato format e condotto talk, programmi radiofonici e podcast. E’ fondatrice della pagina Instagram Libri Belli.
