Dunque c’è un manoscritto, che Giovanni Parolini, detto NonnoNino, nato nel 1938, ha deposto al centro esatto (così mi piace immaginare) di un cerchio di ragazzi e ragazze. Dal centro di quel cerchio il manoscritto è finito sul mio schermo, messaggio in bottiglia smaterializzato e smembrato in 162 file, una scansione per ogni pagina. Ho passato tutto in rassegna. Poi ho preso l’auto e ho guidato fino a quella che NonnoNino chiama la piazza del Mungüss. Nella piantina disegnata di suo pugno è un triangolo formato dall’intersecarsi di via Giampietrino, via Codigoro e via Lambruschini. Oggi è un cerchio, una rotonda in acciottolato, al cui centro c’è una sedia verniciata di bianco. Sotto quella rotonda c’era un rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale.

Una mappa del Munguss nel 1940. Disegnata da Giovanni Parolini
“Suonava l’allarme, una sirena delle Officine Gas Bovisa e tutti si doveva uscire di casa per andare nei rifugi sotterranei”, scrive NonnoNino, “Noi avevamo due scelte: nella nostra cantina del caseggiato o in un rifugio in cemento armato, fuori dal cortile, sotterraneo nella piazzetta del Mungüss. Questo rifugio era molto più sicuro della nostra cantina condominiale. Soprattutto nel caso di essere salvi dopo un bombardamento ma sepolti sotto le macerie”.
Faccio due giri, con la mia auto, intorno alla rotonda. Nessuna traccia del rifugio. Ne faccio un altro ancora. Infine, parcheggio poco distante. Torno a piedi a valutare il tutto con più attenzione. Già che è lì, mi siedo sulla sedia verniciata di bianco. Di fronte a me riconosco il caseggiato in cui è nato e cresciuto NonnoNino. Nella piantina che ha disegnato a mano è segnalato con una freccia rossa tratteggiata “CASA MIA”. Una casa di ringhiera che ospitava più famiglie, su due piani, con un cortile, un lavatoio coperto, un orto.
"Suonavo la fisarmonica fuori casa, sulla ringhiera” – a pagina 74, NonnoNino fa comparire per la prima volta la fisarmonica, che suonerà in diversi passaggi del manoscritto – “oppure in casa con porte e finestre aperte con grande gioia mia e di mia mamma. Oppure giù nel trani con amici e inquilini della casa”.
I trani erano qualcosa a metà tra un bar e un’osteria, delle bottiglierie in cui il cibo veniva portato da casa e si beveva il vino forte, sfuso, che arrivava dalla Puglia (da qui il nome). Dove c’era il trani del manoscritto oggi c’è un locale che si chiama Stessa Direzione, Breakfast, Lunch Café, Lounge Bar. Senza alzarmi dalla sedia, zoomando con il cellulare, gli scatto una foto.
“Una mia cugina, che abitava in via Lambruschini mi chiamava almeno una volta alla settimana in casa sua per sentire La cumparsita. Era un segno del mio destino: con questa musica, in una sala da ballo, circa 10 anni dopo, mi sono legato per tutta la vita alla mia Silvana”.
L'INFANZIA, LA GUERRA, I GIOCHI, IL BOOGIE-WOOGIE

Il frontespizio di La Mia Bovisa, il manoscritto di Giovanni Parolini
Sul frontespizio del manoscritto c'è una fototessera che ritrae Giovanni; sotto, in un riquadro rosso, una citazione di Emily Dickinson: “Alcuni dicono che quando è detta la parola muore: io dico invece che, se è anche scritta, proprio quel giorno inizia a vivere”.
I ricordi vivi di NonnoNino finiscono pressappoco dove inizia l’amore per Silvana, che diventerà sua moglie e la madre dei suoi figli. Prima di quel confine c’è “una periferia con rumori e odori, le sirene dei turni di lavoro, i passi degli operai, l’odore di quel grasso d’officina che ancora mi torna alla mente e nelle narici”. Ci sono piante, siepi, “i capelli che la mamma mi accarezzava”. Ci sono “l’Elio, el Lino, el Ciccio, el Nando, el Giorgio, el Gianni, el Pino, el Pasquale, l’Annibale, la Graziella, la Teresa, l’Ivana, la Cesarina, la Luciana, la Camilla, la Grazia, l’Angela, la Mariuccia (la famosa banda del Mungüss)”. Prima di quel confine c’è l’abbaiare di Lampo, il cane adottato da tutto il vicinato. I silenzi sornioni di Gigetto, il gatto randagio. I trilli del telefono duplex. I richiami degli ambulanti. Ci sono i giochi: el tutü, la lipa, nascundès, l’arco con le frecce, el ciapàass, fionda o tirasàss, cerbottana, carelott, monopattino, tiro alla corda, i tulìtt.

I giochi di Giovanni Parolini e degli altri amici del Munguss
Ci sono gli orrori e la normalità della guerra, i rombi degli aerei, lo schianto delle bombe, una signora sola che quando suonava l’allarme e bisognava scendere nel rifugio – quello sotto la rotonda dove sono seduto – portava sempre con sé una valigia, che poi si scoprì essere vuota. Gli inverni di allora molto più freddi di quello di oggi, la nebbia spessa, la neve abbondante. Ogni 17 gennaio il falò per Sant’Antonio, sempre qui, nella piazzetta che era triangolare. Prima di quel confine c’è anche il 25 aprile 1945, una giornata di sole, qualcuno che urla, tutti indicano “una persona che sparando a vuoto saliva velocemente su una ciminiera dell’Officina Gas Bovisa. Arrivato in cima srotolò un’enorme bandiera rossa e cominciò a urlare a squarciagola "È finita, è finita, la maledetta guerra è finita”. Quella sera stessa un pesante radio-grammofono fu trascinato nella piazza del Mungüss e suonò il boogie woogie. Ottant’anni dopo, seduto sulla sedia verniciata di bianco, mi guardo intorno senza dare nell’occhio: nessun segno, nessun avvallamento, nessuno smottamento nell’acciottolato, niente che tradisca l’antica entrata al mondo di sotto. Nessuna traccia del rifugio. Niente di niente.
“Finita la guerra e i bombardamenti questo rifugio non fu chiuso subito. Rimase aperto per diverso tempo. Con tutta la banda divenne la base di ritrovo, sia col bello che col cattivo tempo. Le luci erano state tolte, ma avevamo tante candele. Le due entrate erano state chiuse con delle assi di legno dal servizio comunale cittadino, ma noi avevamo trovato il sistema per riuscire a entrare ancora, schiodando alcune assi, poi le rimettevamo a posto quando uscivamo e nessuno si accorgeva. Specialmente nel periodo estivo era il nostro angolo preferito perché c’era un bel fresco. Si facevano le gare di tiro a segno con fionde e cerbottane con barattoli, e anche tiro a segno con i nostri archi e frecce fatti con le stecche degli ombrelli rotti. Oppure si giocava a carte o leggevamo i fumetti. Riuscivamo però a fare anche giochi con movimenti quali battaglie con spade, pistole e fucili tutti di legno con morti e feriti. Un gruppo erano i pellerossa, l’altro i cowboys o soldati”.
Chissà se è rimasto almeno il vuoto, magari abitato dagli eroi di carta di qualche fumetto dimenticato. Oppure se è stato tutto riempito di terra e cemento.

Neve alla Bovisa. Due scatti raccolti nel libro di Giovanni Parolini
SONO UN PAUROSO?
Fragorosamente si alza una cler alle mie spalle.
Sta aprendo l’Ovosodo: locale con cucina toscana.
Mi alzo anch’io.
La sedia su cui ero seduto dev’essere di proprietà del locale.
Faccio finta di niente, cerco le chiavi nella tasca, torno verso la mia auto.
Nelle memorie di NonnoNino al posto dell’Ovosodo c’era un tabaccaio. Alle spalle del tabaccaio un canale, la Rigusela, che scorreva in mezzo alle fabbriche. Ancora più indietro c’erano e ci sono i binari. Più indietro, nei ricordi di Giovanni Parolini, detto NonnoNino, c’è un saggio di fine anno, era in terza media. “La mia prof. di musica che mi adorava mi aveva messo in lista per esibirmi suonando la fisarmonica, fra l’altro una melodia senza difficoltà musicali. Col pensiero di suonare davanti a un uditorio di un centinaio di persone, e di sbagliarmi con le note” – qui ci sono cinque puntini di sospensione ben calcati.
“Ho trovato la soluzione. Il giorno prima del saggio mi sono presentato in segreteria per dire che non potevo suonare perché mi ero fatto male alla mano destra, mostrando una finta fasciatura. Sono un pauroso? Un fifone? Ma io non mi considero tale, dopo essere riuscito nella mia vita a superare tantissimi guai e ostacoli, bensì” – altri cinque puntini, meno calcati – “fragile, ma nelle cose che penso di non riuscire a fare bene”.
LE COSE CHE È RIUSCITO A FARE BENE
Dopo le scuole medie, Giovanni ha frequentato le serali – di giorno faceva qualche lavoro per portare un po’ di soldi a casa – ottenendo il diploma in un istituto tecnico. Ha vissuto al Mungüss fino a quando si è sposato con Silvana: era il 1 giugno 1963. Insieme si sono trasferiti a Brusuglio, frazione di Cormano: vivono ancora lì. Appena fuori da casa loro c’è il cartello MILANO, che segnala l’inizio della città. Ha lavorato sempre come disegnatore tecnico, si è occupato soprattutto di nastri trasportatori. Ha avuto due figli: Claudio e Sonia. Ora ha quattro nipoti.
POST SCRIPTUM
Ci sono tanti disegni e tante foto nel manoscritto di NonnoNino. Una sola non riguarda Milano. C’è una foresta di alberi dal tronco snello e slanciato, le chiome si affollano nel bordo superiore, una luce brucia lo sfondo e satura il verde in un impasto sognante. Una figura umana, tagliata appena sopra la vita, nell’angolo in basso a sinistra, imbraccia una fisarmonica. La didascalia l’ha scritta sempre Giovanni.
“Questa meravigliosa fotografia raffigura un tecnico di una ditta che produce fisarmoniche nella zona di Porto Recanati. In un ambiente del genere è in grado di valutare benissimo il suono dello strumento senza che subisca nessun rumore di interferenza. Sarebbe bellissimo per me poter fare come lui, non per verificare il suono dello strumento, ma per suonare a vanvera, senza nessun timore di errori musicali, in quanto ad ascoltarmi ci sarebbero solo uccellini e scoiattoli”.
Nicola Feninno. Nicola Feninno (1987) è scrittore e direttore di CTRL magazine (rivista e casa editrice di reportage narrativo). È docente del corso “Scrittura dal vero” per la Scuola Holden di Torino e in quello di Art Direction per NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano). Come editor free-lance ha collaborato con Feltrinelli, Rizzoli, Salani e altre case editrici. È senior editor di Crudo Studio Editoriale. Nel 2022, nella collana l’invisibile di Industria & Letteratura, ha pubblicato il romanzo breve “Una storia vera”.
