Prima di incontrare Tania Contardo, dei licheni avevo solo un’idea confusa e parziale. Riuscivo a riconoscere le macchie gialle che puntellano le rocce vicino ai fiumi di montagna, oppure la sottile patina verde che avvolge come un vestito le statue nei giardini nordeuropei. A volte mi capitava, durante un’escursione, di fermarmi affascinato a osservare le ramificate costruzioni color ghiaccio che si formano sulle cortecce di pini e abeti alpini. Poco altro.
«Il lichene incarna alla perfezione quella massima che dice che il totale è più della somma delle parti» mi racconta invece Tania Contardo, ricercatrice specializzata in lichenologia e coordinatrice del gruppo di lavoro di Citizen Science della Società Lichenologica Italiana. «Detto molto, molto semplicemente, si tratta di una simbiosi tra un fungo e un’alga unicellulare, che crea delle colonie all’interno del fungo. In realtà, si tratta di un vero e proprio microcosmo che si autosostiene, in cui il fungo fa un po’ il padre-padrone.» Contardo, davanti a un caffè americano in un locale di zona Città Studi, mi spiega che i licheni non hanno radici e che tutti i nutrienti di cui necessitano vengono assorbiti tramite fotosintesi; allo stesso tempo, si tratta di organismi pionieri ed estremamente resistenti. Esistono licheni ovunque, persino in Antartide, e sono i primi esseri viventi che colonizzano la roccia nuda. «Ci sono licheni bellissimi, di qualsiasi forma e dimensione. Alcuni ricoprono interamente gli alberi facendoli sembrare alberi di Natale. Altri vivono all’interno della roccia e ne bucano la superficie con degli acidi particolari per far uscire i propri frutti. Tu sei lì, vedi queste piccole coppettine colorate, magari nere o arancioni, che spuntano dalla roccia e ti dici: “Che sarà mai?”. Be’, è un lichene.»
Contardo è una dei molti professionisti che si stanno dedicando allo studio del bosco della Goccia, la foresta urbana di diciotto ettari cresciuta negli ultimi trent’anni nell'area un tempo occupata da diverse attività industriali. Contardo e il collega Gabriele Gheza si stanno occupando del monitoraggio della qualità dell’aria tramite la biodiversità dei licheni e dell’analisi del bioaccumulo. Scopro così che, tra le altre cose, i licheni possono essere usati alla stregua di centraline Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente) – quelle che, appunto, tengono traccia delle sostanze che ogni giorno respiriamo.

Tania Contardo e Gabriele Gheza in un momento dei lavori di monitoraggio all'interno della Goccia. Foto di @Gianluca Rapaccini
«A differenza delle piante, i licheni non hanno strati meccanici protettivi. È questo che li rende particolarmente esposti all’inquinamento. Tutto quello che arriva sulla superficie del lichene viene assorbito, come se un essere umano avesse la carne viva esposta», mi spiega Contardo. «Già alla fine dell’Ottocento, è stato notato da botanici e scienziati che i licheni non erano presenti sugli alberi più vicini alle fonti di contaminazione, come strade o zone industriali. All’inizio si è trattato di un’osservazione empirica; poi, con il passare dei decenni e l’accumularsi degli studi si è sviluppata una vera scienza. Oggi esiste un protocollo rigoroso per monitorare la qualità dell’aria tramite la biodiversità dei licheni. Studiamo se i licheni sono o non sono presenti. E se ci sono, di quale tipo sono.»
Di questa parte del monitoraggio si occupa nello specifico Gabriele Gheza. Seguendo le dettagliate linee guida del protocollo della Società Lichenologica Italiana, adottate anche a livello europeo, Gheza sta censendo e mappando i licheni presenti all’interno della Goccia. Oltre a un’analisi di tipo quantitativo, esistono, com’è normale, specie più resistenti e specie meno resistenti. La biodiversità ci dà quindi una chiara idea dello stato di naturalità di un luogo.
«Se siamo in un’area incontaminata, ci si aspetta di trovare licheni di ogni forma e dimensione» mi dice Contardo. «In un sito inquinato, invece, ce ne saranno pochi e in cattive condizioni.» Basti pensare che Milano, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, era caratterizzata da uno scenario pressoché uniforme di deserto lichenico: talmente inquinata che i licheni, semplicemente, non c’erano. Successivamente, soprattutto grazie alla messa al bando delle benzine al piombo e la progressiva eliminazione del carbone, la situazione è via via migliorata, pur restando tuttora – come chiunque di noi viva in città sa bene – molto complicata. «I licheni sono perfette sentinelle ambientali perché rispondono velocemente all’ambiente circostante. Vanno in sofferenza presto, e poi spariscono. Ma nel momento in cui l’ambiente migliora sono anche i primi a tornare, perché sono specie pioniere. Ecco perché sono così efficaci nel monitorare la qualità dell’aria.»
La ricerca di Gheza è ancora in fase di sviluppo e i dati raccolti dovranno essere poi messi a sistema, elaborati e trasformati in un report, ma al momento l’osservazione dei licheni all’interno della Goccia sembra corrispondere a quanto ci si aspetterebbe in un contesto urbano della pianura padana, che è una delle aree più inquinate d’Europa: sui tronchi sembrano essere presenti solo licheni epifiti delle specie più resistenti. Eppure, c’è anche qualche “mistero” che potrebbe meritare un approfondimento: al suolo sono state trovate diverse cladonie, una specie invece molto esigente in termini di qualità ambientale.
Tania Contardo si sta occupando di una branca più recente della disciplina, cioè quella relativa al bioaccumulo. Esistono infatti diverse specie di lichene che accumulano al loro interno – quindi “bioaccumulano” – alcuni contaminanti, in particolare metalli, in modo proporzionale rispetto alle quantità degli stessi presenti nell’atmosfera. Grazie a questa loro capacità, si potrà misurare con un buon grado di precisione la tipologia e la quantità di metalli presenti nell’aria, e dunque farsi un’idea abbastanza sottile del grado d’inquinamento di un luogo.
Nel concreto, Contardo ha selezionato un gruppo di metalli significativi per l’area di riferimento – nel contesto della Goccia, sono quelli legati alla presenza industriale, dal momento che stiamo parlando di uno stabilimento abbandonato attorniato da altri siti produttivi, dismessi e non, e a quelli relativi all’inquinamento ferroviario, visto che la Goccia è letteralmente circondata da una strada ferrata: tra gli altri, piombo, arsenico, cadmio, cromo, rame, piombo, ferro...
Successivamente, lo scorso settembre Gheza e Contardo si sono recati sul Mortirolo, sulle Alpi Retiche, e hanno raccolto dei campioni di lichene di una specie ben precisa, la pseudevernia furfuracea (mentre Contardo me lo racconta, cerco una fotografia su Google, e sul display mi compaiono affascinanti costruzioni color avorio di forma simile a quella che avrebbero decine di palchi di cervo intrecciati tra loro). Una parte del campione è stata messa in freezer per evitare contaminazioni: fungerà da gruppo di controllo. La parte restante, dopo una pulizia sommaria, è stata esposta alla Goccia. Il fatto che i licheni possano essere trasportati senza subire danni è uno dei vantaggi del non avere radici.

Un tronco di albero all’interno della Goccia ricoperto di licheni e muschi.
Il 31 ottobre 2025 i due lichenologi sono dunque entrati nel bosco della Goccia, hanno selezionato cinque alberi e su ciascuno di questi hanno fissato un lichene alla corteccia, servendosi di una fettuccina da giardiniere. Anche per quanto riguarda la scelta delle “stazioni di monitoraggio” – così vengono chiamate – il protocollo è articolato: la specie arborea in questo caso non è rilevante – andrebbe bene pure un palo della luce, purché non arrugginito –, ma l’albero selezionato non dev’essere troppo vicino ad altri alberi, perché è necessario che ci sia una libera circolazione dell’aria. Per lo stesso motivo, i licheni vengono fissati ai rami esterni, e il più possibile in alto, in ogni caso sopra il metro e mezzo o due, perché il suolo è ricco di minerali e, se posti troppo in prossimità al terreno, c’è il rischio che i risultati vengano contaminati. Ovviamente, si cerca anche di distanziare bene le stazioni di monitoraggio l’una dall’altra, in modo da ricavarne una mappatura dell’intera area e dunque tenere in considerazione la variabilità biologica.
Tre mesi più tardi, il 31 gennaio 2026, Gheza e Contardo sono tornati nel bosco della Goccia per recuperare i campioni (nel frattempo, da cinque i licheni erano diventati quattro, perché un albero è stato abbattuto). Attualmente, i campioni si trovano in un laboratorio dell’università di Siena, dove verranno polverizzati, digeriti, e poi, tramite macchinari specifici, analizzati. In base alle differenze di concentrazione dei metalli che verranno riscontrate tra i campioni esposti alla Goccia e quelli del gruppo di controllo, riesumati da freezer, sarà possibile valutare quanto metallo si è accumulato. «Tre mesi di esposizione è il lasso di tempo ideale» mi spiega Contardo. «Si può andare un po’ oltre, ma non troppo, perché i licheni, essendo materia viva, dopo un certo periodo di accumulo possono andare all’equilibrio con l’ambiente, e quindi si perdono informazioni.»
Nel frattempo, i nostri caffè americani sono finiti, le tazze sono state raccolte e noi ne abbiamo ordinati altri due. Il locale si è riempito di computer, studenti e freelance: ci troviamo nei pressi dell’altra sede del Politecnico rispetto a quella della Bovisa attorno a cui si sviluppa la Goccia. I risultati, ormai l’ho capito, gli scienziati li rivelano solo al termine delle loro ricerche, mai mentre queste sono in itinere, quindi per entrare nello specifico ci dovremo riaggiornare tra qualche mese. Quel che è certo è che, unendo i risultati del lavoro di Contardo con quelli di Gheza, si otterrà una mappatura dettagliata della qualità dell’aria e della distribuzione dei metalli pesanti all’interno del bosco della Goccia.
Non solo: i risultati potranno essere confrontati con eventuali misurazioni effettuate in passato e utilizzarli come punto di partenza per osservazioni da svolgere in futuro. Comprendendo così come sta evolvendo la Bovisa in particolare e la città di Milano in generale dal punto di vista della qualità dell’aria. Allargando lo sguardo, si potrebbe anche capire qual è il ruolo “protettivo” del bosco della Goccia nei confronti dell’area circostante. La stessa Contardo, nel corso di una sua precedente ricerca, ha installato un lichene nei pressi del locale Spirit de Milan, in un punto molto vicino alla
Goccia, trovando al suo interno quantità di piombo molto elevate – con ogni probabilità eredità indesiderata dell’attività industriale della dismessa Cristalleria Livellara. «Dal momento che sappiamo che poco al di fuori dalla Goccia la concentrazione di piombo è tanta, e anche altri metalli sono presenti in quantità abbastanza elevate, se nei miei licheni all’interno della Goccia non trovo questa corrispondenza, potrebbe significare che il bosco ha un grande effetto protettivo.»
Ma in ogni caso, concludiamo insieme prima di salutarci, sviluppare una fotografia il più accurata possibile di un territorio è il primo passo per immaginarne il futuro.
Michele Turazzi. Michele Turazzi vive a Milano e lavora nell’editoria. Ha pubblicato il romanzo Prima della rivolta (nottetempo 2023, vincitore del Premio Demetra per la letteratura ambientale 2024) e il reportage narrativo Milano di carta (il Palindromo 2018).
